mercoledì 4 novembre 2020

Cimiteri e funerali per cani e gatti nell'epoca vittoriana

 

Nel post Una parrucchiera di Våmhus alla corte della regina Vittoria ho raccontato, un po' romanzando, di come il lutto perenne della regina per la scomparsa del marito avesse cambiato il modo di sentire dei suoi sudditi nei confronti del lutto stesso e della morte - che era era un evento quotidiano, di quei tempi; fin troppo familiare, visto che perlopiù si moriva in casa. C'era una sorta di rassegnazione che faceva sì che il dolore venisse soppiantato presto dalla necessità di dedicarsi alla vita, o alla sopravvivenza. La regina Vittoria diede alla morte una nuova dignità - anche se della sua tragedia personale venne recepito soprattutto il lato melodrammatico e modaiolo. Sta di fatto che nell'epoca vittoriana si manifestò una profonda reverenza per la morte, che a un certo punto si estese anche agli animali d'affezione, sempre grazie a Sua Maestà e al suo amore per cani e gatti - che non fu qualcosa di astratto: già nel 1840, per fare qualcosa di concreto, la regina aveva dato il suo patrocinio ufficiale alla Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals.

mercoledì 28 ottobre 2020

Della morte, dell'amore PT1

Teppe Hasanlu, Iran nord-occidentale, 800 circa a.C.
È una calda giornata d'estate: da Hasanlu sono stati fatti uscire, sotto scorta armata, donne, anziani e bambini, che adesso si trovano sulla collina che sovrasta la città, gli occhi attoniti fissi sulla pianura. Hasanlu sta per essere attaccata dai cavalieri e dagli aurighi dell'esercito di Ishpuini, sovrano del regno di Urartu. Il re li ha mandati a trucidare gli alleati dei suoi acerrimi nemici, gli Assiri; e il massacro comincia proprio a partire da coloro che si trovano sulla collina, esposti e vulnerabili, in modo che quelli che sono rimasti in città si rendano conto di ciò che li attende. Non viene risparmiato nessuno, nemmeno quelli che abbandonano le armi e scappano per tornare indietro. Nemmeno i bambini. L'esercito urarteo calpesta tutto e tutti nella sua avanzata verso Hasanlu. Nonostante le massicce fortificazioni, la città cade in fretta. Si combatte strada per strada, quando - forse generato per caso, forse appiccato di proposito - scoppia un incendio che in pochissimo, a causa del clima secco, diviene devastante. La città brucia. I suoi abitanti cercano scampo dalle fiamme abbandonando le loro case, solo per essere trapassati dalle lame degli invasori. A massacro finito restano a terra più di 150 corpi, tra aggressori e aggrediti, e Hasanlu è stata rasa al suolo.

Teppe Hasanlu, 1972.
Teppe Hsanlu è uno dei più famosi e vasti siti archeologici: dal 1956 si sono succedute spedizioni di scavo che hanno permesso di ricostruire - almeno in parte - gli eventi che hanno portato alla distruzione della città. Quest'anno stanno lavotando in sinergia due spedizioni, una del Metropolitan Museum di New York e l’altra dell’Università della Pennsylvania. È proprio un archeologo di quest'ultima, Robert Dyson, a portare alla luce una buca. All'interno, una coppia di scheletri abbracciati.

Sdraiati sul fondo c’erano due scheletri umani, un maschio e una femmina. Il maschio aveva un braccio sotto la spalla della femmina, mentre la femmina guardava il volto del maschio, una mano tesa per toccargli labbra. Entrambi giovani adulti, non mostravano alcun segno di ferite*. Non c’erano lacerazioni evidenti o ossa rotte. Non c’erano oggetti con gli scheletri, eccetto una lastra di pietra sotto la testa della femmina. Per il resto, nella buca c'erano frammenti di intonaco, carbone e piccoli pezzi di mattoni bruciati, ma nulla di così pesante da schiacciare le loro ossa.

Traduzione (molto libera) della dichiarazione di Robert Dyson, archeologo della spedizione dell'Università della Pennsylvania. 

mercoledì 30 settembre 2020

Il mistero del teschio tibetano

Questa storia inizia nel marzo del 2011: un uomo entra in un negozio di antiquariato a Vienna. Okay, so che sembra l'inizio di una vecchia barzelletta o di una freddura, ma no. Dunque. Quest'uomo, Klemens, entra in un negozio di antiquariato... e ne esce con un teschio umano finemente inciso e decorato. Un teschio umano autentico e, come risulterà da successive analisi, risalente a 300 anni fa.


mercoledì 16 settembre 2020

Corrispondenze d'amorosi sensi, fantasmi e mostri preistorici

Echi spettrali del passato, che appaiono e scompaiono in un paesaggio cambiato a forza dalla mano dell'uomo.
Guardiani malinconici delle paludi, che accettano con pazienza e rassegnazione l'usura del tempo e del clima, forti della loro anima di metallo.
Fantasmi di corte avvolti nei lembi bianchi e stracciati dei loro sudari, indifferenti ai vivi...
Oggi vi presento una carrellata di opere d'arte straordinarie, che vi faranno riflettere; vi ricorderanno di cercare la bellezza, prima che tutto si consumi; e vi faranno sorridere.
E come bonus, la breve storia di "Larrie" (... Sommo Cthulhu!): il Mostro del lago di Como.

mercoledì 2 settembre 2020

Una parrucchiera di Våmhus alla corte della regina Vittoria

I legami d’amore non sono funi, né corde, né catene;
sono i sottili capelli della treccia di lei
(Marian Bogdała)


Avete mai sentito parlare delle Hårkullor svedesi, molto attive soprattutto durante l'epoca vittoriana? Io no.
Avevano una particolare abilità, che trasformarono in un  mestiere altrettanto particolare. Filavano capelli.
Scrivere di personaggi come questi è uno dei motivi per cui ho (ri)aperto il blog.

***

C'è un filo che lega le sconosciute (pelopiù) parruchiere itineranti di Våmhus alla regina Vittoria. Un filo sottile come un capello; non rosso come il destino, ma nero come il lutto.
Le Hårkullor di Våmhus, un piccolo villaggio svedese, erano donne nubili specializzate nella realizzazione di parrucche confezionate con capelli, oltre che con crine di cavallo. Imprenditrici temerarie, si mettevano in viaggio - da sole o in gruppi di tre o quattro - per vendere le proprie creazioni e non avevano paura di spingersi fino in Russia e in Inghilterra pur di tornare a casa con le tasche piene. Se avevano fortuna, il loro viaggio si concludeva con successo nel giro di un anno. Ma quelle che riuscivano in questa impresa erano davvero poche. Molte rimasero in terre straniere per decenni, per estinguere il debito che avevano contratto impegnando se stesse pur di far arrivare del denaro alla famiglia rimasta a Våmhus. Talvolta non tornavano affatto: qualcuna si stabiliva in altri paesi; più spesso morivano lungo la strada - falciate dalle epidemie, dalla fame, dalla fatica, dagli uomini. In rare, rarissime occasioni diventavano ricche e famose.
Una di queste parrucchiere, che con i capelli creava gioielli che erano opere d'arte desiderate in tutta Europa, fu tanto abile e fortunata da incontrare la regina Vittoria, che del lutto aveva fatto - suo malgrado - una moda.
Galeotta fu la morte del principe Alberto, nel dicembre del 1861.


Martis Karin Ersdotter era una delle tante Hårkulla di Våmhus: tagliava i capelli a donne che avevano bisogno di soldi e li acconciava per farne parrucche che poi vendeva a nobili e signorotti. Aveva fatto di questa attività un'impresa che le aveva procurato una certa fama, ma ormai le parrucche erano quasi del tutto passate di moda anche tra chi aveva problemi con la propria chioma o voleva rendersi più attraente. Per questo, nonostante la sua abilità e il suo notevole spirito imprenditoriale, da tempo i suoi biglietti da visita restavano a prendere polvere insieme al tornio e il suo patrimonio consisteva più in matasse di capelli che in denari. Non c'era verso di riuscire a smaltirle, e guadagnarci su degnamente, nemmeno trasformandole in piccoli ornamenti che gli innamorati si scambiavano come pegni d'amore: i contadini non potevano pagare quanto chiedeva; mentre quelli che potevano farlo volevano gioielli montati in oro e pietre preziose e lei non aveva che legno e vetro colorato.

mercoledì 26 agosto 2020

Sir Arthur Conan Doyle e le Fate di Cottingley Glen


Nel dicembre del 1920 e nel marzo del 1921, due articoli sul The Strand Magazine portarono all'attenzione della Gran Bretagna l'esistenza delle fate, grazie a una firma d'eccezione: quella di Arthur Conan Doyle. Difficile credere che proprio lui sostenesse, e con convinzione, l'esistenza di queste creature. Guardando le foto che corredano l'articolo The evidence for Fairies (quello del 1921), viene da chiedersi come sia potuto cadere con tutte le scarpe nella burla di due ragazzine.